Herbal. Una tonalità nata nel verde.
Nasce dalle erbe selvatiche che spaccano la roccia. Dal vento. Da condizioni proibitive per molti. Cresce proprio dove non dovresti trovarla. L’istinto stesso, è dentro il design. Dove portarlo, lo decidi tu.
I rider gravel lo sanno già: l’asfalto finisce, il tracciato sul ciclocomputer non assomiglia più a niente di quello che hai davanti, e in qualche modo è esattamente per questo che sei qui. Avevi un piano. Il piano ha cambiato idea. Tu sei andato avanti lo stesso.
Wander è nata per quel momento. Per cucire insieme strade che nessuno ricorda più, per salire uno strappo solo per vedere cosa c’è dietro. Herbal porta quello spirito in tre dei nostri caschi più versatili. Per questo shooting abbiamo pedalato con Dalila Lecky. Londra, gravel, e le idee molto chiare su cosa significhi andare in bici.
Pianificare un'uscita
«Cerco di esplorare», dice Dalila. «Posti nuovi. Sentieri che non ho mai fatto.» I percorsi partono da una direzione, non da un piano. Un po’ di dislivello – niente che massacri, niente di troppo piatto – e un’idea vaga del fondo. Le mappe ti portano fino a un certo punto. «Se passi in mezzo a una foresta fitta, da satellite non vedi niente. È un salto nel buio. Può essere ghiaia da sogno o fango fino alle ginocchia.» Le gomme sono l’unica vera scelta prima di partire.
Il resto viene da sé.
Cosa rende un'uscita degna
A volte basta cambiare posto. «Mi piace vedere qualcosa di diverso», dice. «Ma le uscite migliori hanno sempre una parte tecnica – qualcosa che ti tiene sveglia, che non ti lascia in pilota automatico.» L’obiettivo però è semplice: «Voglio solo passare una giornata bella in bici.»
Quando le cose non vanno come previsto
Sul gravel, di solito non vanno.
«La variabile più grande è il fango», dice Dalila. «Scegli le gomme prima di uscire e non sempre ci azzecchi. All’improvviso non hai la trazione che ti aspettavi.» Ma non è necessariamente un problema. «In un certo senso mi piace essere sulla gomma sbagliata. Quei momenti in curva dove scivoli un po’, quella piccola dose di caos.» Pausa. «Ma non troppo.» Ride.
Quando le condizioni cambiano, cambia anche lei — ridisegna il percorso mentre pedala, lo manda al navigatore. «Sul gravel devi restare flessibile. Non c’è altra via.»
Prossime uscite
Prima tappa: Gravel Birds, 700 km in Portogallo. «È da tanto che non faccio una gara», dice. «Non so quanto sarò competitiva, ma sarà bello stare di nuovo su una linea di partenza.»
C’è una cosa che la entusiasma meno. «In Portogallo mi hanno inseguita i cani quasi ogni volta che ho pedalato.» Sorride. «Non è che non vedo l’ora.» Ne ha già gestiti in Ecuador e in giro per l’Europa. Se la caverà.
Più avanti nell’anno, un road trip in Thailandia – con la gravel bike al seguito. «Porto due set di gomme, scelgo una zona, traccio qualche percorso e vado a zonzo.»