Due mamme raccontano come crescere bambini sicuri di sé su due ruote.

    Lasciamoli pedalare

    A metà giornata, a Sherwood Pines,una grande foresta nel Nottinghamshire, in Inghilterra, il piccolo Atlas, cinque anni, è diventato decisamente più veloce.

     

    Ha iniziato la mattina a breve distanza da Sabine; nel pomeriggio, ogni volta che il sentiero si apre, le corre dietro a tutta velocità. Sabine ha qualche anno più di lui ed è evidente che Atlas la ammira e la prende come esempio, mentre Torben, sulle sue ruote da 16 pollici, affronta gli stessi sentieri sobbalzando e pedalando con tutte le sue forze per riuscire a raggiungerli.

    Abbiamo trascorso la giornata con due famiglie, pedalando lungo il percorso rosso e passando del tempo al Pedal & Play, l’area di Sherwood Pines dedicata ai più piccoli, dove le sezioni per allenare le abilità e i tratti di trail più scorrevoli offrono loro tantissime occasioni per mettersi alla prova. Poco alla volta, i bambini trovano le traiettorie giuste, acquistano velocità e, prima ancora che ce ne rendiamo conto, sembrano molto più interessati a fare un altro giro che a fermarsi per pranzo.

     

    Le mamme – Phoebe e Kelly –sono sempre nei paraggi, ma senza stargli addosso. Entrambe hanno trovato il modo di aiutare i propri figli a pedalare con un po’ più di sicurezza, lasciando però loro abbastanza spazio per imparare a cavarsela da soli.

    Scegli la traiettoria più scorrevole

    «I miei figli hanno un buon istinto di sopravvivenza. Sapere che sono ben protetti aiuta molto. Cerco di non dire loro “rallenta” o “fai attenzione”. Dico piuttosto “scegli la traiettoria più scorrevole” oppure “controlla la velocità”.»

    – Phoebe, consulente in medicina d’urgenza pediatrica, mamma single e appassionata di bici.

    È un piccolo cambiamento nel modo di parlare, ma importante. Dire «fai attenzione» mette al centro della conversazione la possibilità che qualcosa vada storto; scegliere una traiettoria o controllare la velocità, invece, dà loro qualcosa di concreto e positivo da fare. Phoebe vuole che i suoi figli imparino a leggere il trail e a prendere buone decisioni, senza avere la sensazione di dover temere ogni curva.

    L’unico aspetto su cui non si discute è il casco. I suoi figli lo indossano da quando hanno iniziato a usare le balance bike, e anche Phoebe lo porta sempre. «Lo indosso sempre per dare il buon esempio ai miei figli e loro hanno sempre portato il casco, fin da quando usavano le balance bike, quindi ormai è un’abitudine consolidata. Per noi non è negoziabile.»

     

    Il suo lavoro nella medicina d’urgenza pediatrica le ha insegnato, forse più di molti altri, che alcuni infortuni fanno semplicemente parte della crescita e dell’imparare ad andare in bici, ma anche che ci sono cose che è importante prendere sul serio. «So che prima o poi si faranno male. Ma so anche che, con ogni probabilità, si tratterà solo di qualche graffio o di qualche escoriazione. Nel mio lavoro so che, nella maggior parte dei casi, nel bambino in crescita le lesioni possono essere curate abbastanza facilmente, purché la testa sia protetta.»

     

    E una volta che hanno indossato il casco, cerca di lasciarli fare.

     

    «Mi piace semplicemente guardarli mentre si divertono e urlano “wohoooo!”»

    Tutto il tempo a fare “whooooooo”

    Kelly di solito pedala dietro ad Atlas, che ha cinque anni, così può incoraggiarlo continuamente, lasciandogli però lo spazio per capire le cose da solo. Gli ricorda come mantenere la posizione del corpo, lo guida con le  parole nei tratti più impegnativi e, cosa ancora più importante, non manca mai di sostenerlo  lungo il percorso.

     

    Per Kelly, rendere l’esperienza positiva è importante tanto quanto imparare la tecnica corretta. «Deve essere tutto un divertimento, no? Quindi si tratta di rassicurarlo e guidarlo nel modo più positivo possibile: “whooo” dopo “whoooo”».

     

    Il suo approccio ha contribuito a costruire qualcosa che diventa fondamentale quando i trail si fanno più impegnativi: la fiducia, da entrambe le parti. «In ogni fase dell’apprendimento, abbiamo costruito un rapporto di fiducia con lui e fiducia nelle sue capacità. È questo che mi fa sentire tranquilla quando si prende dei rischi mentre va in bici.»

    Provare e riprovare il sentiero

    Quando Phoebe affronta con Sabine i tratti più impegnativi, a volte usano dei walkie-talkie per affrontarli insieme, provando e riprovando. Una scende, chiama l’altra e poi si scambiano i ruoli, tenendo a mente tre semplici indicazioni prima del giro successivo: resta calma, guarda avanti e spingi con i piedi.

     

    C’è tutto il tempo per provare una traiettoria, sbagliare, parlarne e riprovare. È andare in bici, ma è anche un ottimo modo per imparare.

    La giornata si conclude con il dual slalom: bambini contro adulti, con un livello di competitività decisamente superiore a quello che chiunque avesse previsto. I bambini affrontano il percorso a tutta, gli adulti cercano di tenere il passo e dalle tribune non manca il tifo di incoraggiamento.

     

    A questo punto, nessuno sembra particolarmente interessato a tornare a casa, che probabilmente è il miglior indicatore di come sia andata la giornata. I bambini sono diventati più veloci, hanno iniziato a scegliere traiettorie sempre più ambiziose e hanno passato ore a capire le cose da soli, con le loro mamme abbastanza vicine da poter intervenire quando necessario.

     

    E da qualche parte, lungo il trail, inevitabilmente si sente un altro «wohoooo!».

     

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